Ultimo fine settimana al mare, a raggiungere le mie figlie che sono giù con i nonni. Programma semplice: guidare, arrivare, abbracciare tutti, stare due giorni senza fare niente di particolare.

Il programma ha retto fino a ieri mattina.

Perché ieri mattina, con un gesto qualunque, di quelli che poi non riesci nemmeno a ricostruire con precisione, la schiena ha deciso che era il momento di parlare. Non è mai un gesto epico, questo è il punto. Nessuno si blocca la schiena sollevando un armadio o salvando un bambino da un’onda: ti blocchi mentre ti allacci una scarpa, o mentre prendi qualcosa dal sedile posteriore, o per un movimento talmente insignificante che poi ti vergogni a raccontarlo.

Un attimo sulla nomenclatura

Va detto che la lingua italiana, di fronte a questo evento, ha fatto una scelta lessicale sorprendente: colpo della strega.

Siamo nel 2026, sappiamo mappare il genoma umano e mandare sonde oltre il sistema solare, e continuiamo a chiamare così una contrattura lombare acuta. Cioè: una strega. Una signora anziana con poteri soprannaturali che passa di lì mentre ti allacci la scarpa e ti tira una bastonata nei lombi per dispetto.

E la cosa notevole è che, quando succede, è esattamente la spiegazione che ti sembra più plausibile.

Il conto arriva sempre

Alla base ci sono un’ernia e due protrusioni, che mi porto in dote da una gioventù piuttosto movimentata. Moto, soprattutto. E sci. Due attività che alla mia generazione sembravano perfettamente compatibili con l’idea di avere una schiena, e che invece, ho scoperto poi, sono una specie di piano di accumulo: versi adesso, incassi fra trent’anni.

Il corpo è un contabile scrupoloso e paziente. Non ti dice niente per decenni, poi un giorno tira fuori un registro con tutte le cadute, i salti, le buche prese di traverso, le giornate sulla neve finite un po’ oltre il ragionevole, e ti presenta il totale. Con gli interessi, e senza possibilità di rateizzare.

L’aggravante è che questo conto arriva puntualmente quando non sei in forma. Se sono allenato, la schiena tace. Se non lo sono, parla. E qui devo ammettere un dettaglio poco lusinghiero: c’è una palestra a cui sono regolarmente iscritto, e con la quale ho un rapporto che definirei epistolare. Ci scriviamo (loro mi mandano il rinnovo, io pago), ma ci vediamo poco. A quanto pare il solo versamento della quota non produce alcun beneficio muscolare, il che mi sembra francamente un difetto di progettazione.

Aggiungiamoci qualche centinaio di chilometri in macchina nelle ultime settimane, e il quadro è completo.

Il mio secondo cocktail preferito

Al primo posto, e qui non si discute, c’è il whiskey sour. Fatto bene, con un bourbon serio, Bulleit se lo voglio più deciso e speziato, Maker’s Mark se lo voglio più morbido. Ghiaccio, tempo, nessuna fretta.

Al secondo posto, ahimè, c’è una miscela meno festosa: Voltaren più Muscoril, per via intramuscolare.

È il classico italiano, il cocktail nazionale della schiena bloccata, quello che in questo paese conoscono più o meno tutti. Ha il vantaggio di funzionare e lo svantaggio di tutto il resto. Non si serve col ghiaccio, non ha guarnizione, e me lo somministro da solo, che è una di quelle competenze che uno non sceglie di acquisire ma che a un certo punto della vita si ritrova nel curriculum.

Prima iniezione ieri mattina.

Con pubblico, però. Perché le mie figlie, da quando erano piccole, hanno sempre preteso di assistere alla puntura. All’inizio l’avevo interpretata come apprensione filiale, un accorrere al capezzale del padre sofferente. Negli anni ho maturato una lettura leggermente diversa, e cioè che ci fosse dentro una componente vagamente sadica, del tipo di quelle che i figli sviluppano presto e non perdono mai.

Adesso sono grandi, e la scena non è cambiata di una virgola: io che eseguo l’operazione con una certa concentrazione professionale, e loro due lì, appoggiate allo stipite, con un’espressione fra il divertito e il compiaciuto che non lascia molto spazio a interpretazioni alternative.

Va detto che è anche l’unico momento della giornata in cui ho la loro attenzione completa e indivisa. Uno prende quello che passa il convento.

La parte in cui faccio il duro

Voglio essere chiaro su un punto: non sono una lagna. Appena la schiena si è un minimo sbloccata ho fatto tutto quello che c’era da fare, e il dolore non traspariva.

Questo, va detto, è un tratto di carattere di dubbia utilità. Perché il risultato pratico è che tutti intorno a te pensano che stia benissimo, e ti chiedono le stesse cose che ti chiederebbero se stessi benissimo. Poi la sera, quando sei da solo e devi sederti su una sedia, esegui una manovra lenta e articolata in cinque tempi che se qualcuno la vedesse capirebbe tutto.

Ma non la vede nessuno, e quindi il sistema regge.

Oggi

Oggi, ventiquattro ore dopo, fa ancora male. Parecchio. Seconda iniezione.

Però sto un po’ meglio di ieri. Ed è tutto lì il punto, l’unica cosa a cui uno si aggrappa in questi giorni: la matematica dell’ottimismo. Oggi meglio di ieri. Domani, presumibilmente, meglio di oggi. Dopodomani un altro po’. Non è guarigione, è una curva, e in questi casi la curva è già una buona notizia.

Ho anche un ottimo incentivo a rispettare la tabella di marcia, perché fra non molto parto per l’India. E per quanto io sia disposto a molte cose, affrontare quel viaggio con la strega ancora in giro per la zona lombare non rientra fra queste.

Quindi, per i prossimi giorni: niente eroismi, movimenti misurati, e una certa disponibilità al dialogo con la palestra.

Il whiskey sour, invece, aspetta. Non si mescolano i cocktail.


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