Venezia. Magica. Anche per qualche ora.

Arrivo a Santa Lucia nel tardo pomeriggio con uno zaino e nessun programma, e domattina riparto. Fatti i conti sono sedici ore, dormire compreso, il che a sentirlo dire fa un po’ ridere: chi viene da lontano ci sta tre giorni e alla fine si lamenta di non aver visto abbastanza. Io ci sto una notte e mi sembra di aver fatto il pieno. Il vantaggio di essere nato in un posto è che non devi vederlo, ti basta esserci dentro.

Fuori dalla stazione c’è quella scena che a Venezia ti aspetti e che continua a funzionare: scendi i gradini e invece della solita fila di taxi c’è l’acqua. Non importa quante volte ti sia successo, il cervello fa comunque un piccolo scarto, come quando sbagli l’ultimo gradino di una scala al buio.

Il Canale

Prendo il vaporetto per Rialto, e qui arriva la parte migliore della giornata. Perché il vaporetto sul Canale non è un mezzo di trasporto, è una camera di decompressione. Ci sali che sei ancora un tizio con le mail arretrate, ci scendi che sei un’altra cosa.

Ti siedi in coda, all’aperto, e i palazzi cominciano a passarti davanti con la lentezza di una sfilata di cose troppo belle per essere lì tutte insieme, una dopo l’altra, senza che nessuno si sia preso il disturbo di distribuirle meglio sul territorio nazionale. A luglio, alle sette di sera, la luce si è già piegata verso il caldo, e il Canale a quell’ora fa quello che sa fare: ti fa dimenticare cosa stavi pensando venti minuti prima.

Attorno a me, immancabili, quattro o cinque persone che filmano tutto il tragitto col telefono a braccio teso, il che è un gesto che non ho mai capito. Filmeranno diciotto minuti di palazzi tremolanti che non riguarderanno mai. E intanto si perdono la cosa migliore, che è stare seduti a guardare senza fare niente.

La notte

Poi c’è il secondo segreto, quello che i veneziani sanno e i visitatori scoprono per caso: la notte Venezia si svuota.

Anche nei giorni peggiori, quelli in cui i giornali contano i centomila e le calli di Rialto diventano una lenta processione, arriva sempre il momento in cui la marea si ritira. Verso le dieci, dieci e mezza. Gli ultimi treni e i pullman si riprendono le comitive, gli alberghi di Mestre riportano dentro i loro ospiti fino al mattino, e la città resta lì con addosso soltanto chi ci dorme davvero.

A quel punto cammini in calli che tre ore prima erano un ingorgo, e non senti più niente. Solo i tuoi passi sui masegni, che di notte fanno un rumore diverso, più pieno, come se le pietre restituissero il suono invece di assorbirlo. Qualche finestra ancora gialla. Un ristorante in un campiello con le ultime due coppie sedute fuori. Un gabbiano su un palo che ti guarda passare con l’aria di chi ha appena riavuto indietro la proprietà dell’immobile.

Ecco: è in quelle ore lì che Venezia va vista. Non perché sia più bella, che è sempre uguale, ma perché finalmente la si sente.

Ripartire

Domattina prendo il primo treno e torno alla vita normale. Sarà stato meno di un giorno, e sarà bastato.

È il paradosso di questa città: non c’è mai abbastanza tempo per vederla tutta, e per volerle bene ne serve pochissimo. Anche solo il tempo di un vaporetto sul Canale, con la luce che cala e nessuna intenzione di tirare fuori il telefono.


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