Ieri pomeriggio sono passato da Turi, in via Cerva al diciannove. Per chi non è milanese: è una bottega artigiana incassata fra Largo Augusto e Borgogna, due passi da San Babila, dietro il Duomo. Per chi è milanese e ha qualcosa da portare ai piedi che meriti riguardo, non c’è alternativa.
Turi è del 1962. Quando ci entri non capisci subito se sia una bottega-cult o semplicemente una bottega che ha resistito alla città cambiandosi addosso senza svendersi. Si occupa di tutto quello che riguarda la scarpa: risuolatura Goodyear a mano sui marchi di scuola sutoria (Alden, Church’s, Crockett & Jones, Edward Green, John Lobb, e l’elenco è ben più lungo), restauro di cuoio e pellami, lavaggi di camoscio e nubuk, e poi gli scaffali pieni di prodotti per la cura: creme, cere, spazzole in crine di cavallo, lacci di ogni colore e finitura, sgrassanti, guanti lucidanti. Bottega di famiglia, con il passaggio generazionale già in corso, e quella calma operativa che a Milano in centro è ormai rara.
Ci vado da oltre trent’anni, e non ci vado spesso. I prodotti durano un’eternità: una boccetta di sgrassante dura tre anni, un barattolo di crema più o meno cinque. Ma ogni volta che compro qualcosa, in cassa mi danno una copia stampata del procedimento per la lucidatura. Sempre la stessa, scritta con la precisione di un manuale, e ogni volta la prendo come la prendessi per la prima volta. È un gesto che dice tutto del tipo di bottega: non danno per scontato che tu lo sappia fare, e non danno per scontato che tu te lo ricordi.
Il rito
Tornato a casa, la sera, mi metto a fare la cosa che amo fare. Più ancora dell’acquisto, il punto del passaggio da Turi è che pregusto la lucidatura. Per me è quasi zen, come pochissime altre cose.
Tolgo i lacci. Sgrassatura per prima: la spazzolina piccola sul guardolo per togliere la polvere accumulata, poi un pezzo di tela di cotone imbevuto di sgrassante che passa su tomaia, tacco e bordo suola. Lo sgrassante toglie le tracce delle lucidature precedenti e lascia la pelle nuda. È il momento meno gratificante in apparenza, e invece è quello che decide il resto: senza una buona sgrassatura, la crema nuova non penetra, la lucidatura non tiene.
Poi la crema. La stendo con la spazzolina spandilucido, piccole quantità per volta, una sottilissima patina uniforme su tutta la tomaia. Movimenti circolari, mai sovrabbondare. Il colore della crema deve essere il più simile possibile a quello della scarpa, altrimenti finisci per cambiarle tono pian piano e non è quello che vuoi.
E qui arriva la parte che a chi non ha mai lucidato le scarpe sul serio sembra un’esagerazione: l’attesa. Almeno un’ora. Non meno. Niente scorciatoie, niente phon per accelerare, niente strofinare impazientemente per vedere se la pelle ha già assorbito. Aspetti. La crema deve asciugare bene, e durante quell’ora non c’è altro da fare se non lasciarla in pace. È un’ora di silenzio operativo in cui a Milano normalmente non ti capita di stare, perché normalmente sei un’altra parte di te.
Quando il tempo è passato, prendo la grande spazzola in crine di cavallo, quella a setola lunga, e comincio a spazzolare con un ritmo che non saprei spiegare a parole ma che la mano trova da sola. Si lavora la crema dentro la pelle, e a poco a poco l’aspetto cambia, da opaco a lucido.
Dopo la spazzola, l’ultimo passaggio: il guanto lucidante. Per chi non l’avesse mai visto, è esattamente quello che il nome dice: un guanto fatto di pelo di montone naturale (oppure sintetico, ma il pelo vero è un’altra cosa) che si infila sulla mano come si infila un guanto da forno. Si passa su tutta la scarpa con movimenti morbidi e leggeri. Lavora con tutta la superficie della mano e dà più contatto, più controllo, di qualsiasi panno. E attraverso il pelo trasmette anche il calore della mano alla pelle: è quel calore, alla fine, che la fa lucidare davvero. La finitura che ne esce è morbida e omogenea, di quelle che con un panno qualsiasi non vengono.
Tutto il procedimento, fra una scarpa e l’altra e l’ora di attesa, mi prende tranquillamente un’ora e mezza, due ore. Lo faccio quasi sempre la sera, sul tavolo della cucina con un giornale sotto, quando in casa c’è silenzio. Non c’è niente di particolarmente eroico in un cinquantasettenne che si mette a lucidare un paio di scarpe alle nove di sera. È un piccolo gesto, un rito che si ripete, e ogni volta mi restituisce qualcosa che durante la giornata non sapevo di aver perso.
La cravatta, e le scarpe
In fondo, lo si dice da sempre: il gentleman non lo riconosci dalla cravatta, ma dalle scarpe. La cravatta la cambi ogni mattina, e ti racconta come hai deciso di apparire oggi. Le scarpe ti raccontano da quanto tempo hai deciso di farlo, e con che cura.
Per questo vale la pena, ogni tanto, dedicare loro un po’ di tempo.