Mi alzo all’alba, doccia, barba, colazione, in stazione a prendere il Frecciarossa delle 6. La sveglia mi ha dato del tu pochi minuti fa, gli occhi faticano a stare aperti, mi consolo con il pensiero classico di chi fa trasferte di lavoro: in treno mi metto sotto, recupero un’ora di posta, scrivo le cose importanti, e all’arrivo ho già spaccato la giornata in due.
Apro il portatile, aggancio la rete del treno o quella del cellulare, decido quale delle due è meno peggio in quel momento. E parte la danza.
Da Milano, per i primi venti minuti, la 5G c’è. Poi cala. Galleria. Nessun segnale, neanche un edge. Esci dalla galleria, il segnale torna come un punto interrogativo. Galleria di nuovo. Quando riprende è 3G, poi a sprazzi 4G, poi se hai fortuna 5G di nuovo. Caricamento allegato fallito. La bozza di mail si svuota. E non capita spesso di doversi attaccare a una call a un’ora così, ma quando ti tocca (Teams, Zoom o Meet, scegliete voi a seconda della catastrofe del giorno) va in catalessi due volte in venti minuti, e tutti dicono “ti sentiamo male, ti sentiamo male”. E intanto fuori scorre l’Italia che produce.
Le quattro infrastrutture che contano
Stiamo parlando, badate, della spina dorsale del paese. Le due direttrici ferroviarie principali, la Torino-Venezia e la Milano-Napoli, concentrano la stragrande maggioranza del traffico business italiano. Insieme alle due autostrade gemelle che le seguono in parallelo, la A4 e la A1, fanno quattro infrastrutture in tutto. Quattro infrastrutture su cui, ogni giorno, si muove chiunque in Italia faccia un mestiere che richieda di spostarsi.
E nel 2026, ancora oggi, queste quattro infrastrutture non hanno una copertura cellulare continua. Le gallerie sono buchi neri. Anche fuori dalle gallerie, in certe tratte aperte, il segnale balla. Sui treni la rete di bordo dovrebbe rimediare, e a volte rimedia, ma quando il treno entra in galleria casca anche quella, perché in fondo il segnale lo prende da un’antenna esterna, e se l’antenna esterna non c’è la rete del Wi-Fi-treno si arrampica sugli specchi.
La domanda
Non sto chiedendo di portare la fibra ottica a un casolare dell’entroterra laziale, o a una baita del Trentino sopra i milleottocento metri. Sto chiedendo perché su due tratte ferroviarie e due autostrade, le quattro infrastrutture in assoluto più trafficate del paese da parte di chi lavora, ancora non abbiamo rete cellulare al cento per cento, gallerie comprese.
Tutti gli interessi convergono lì. Gli operatori telefonici, perché è dove i loro clienti business spendono e si lamentano di più. Le aziende, perché ogni minuto di mancata connettività di un loro venditore o di un loro consulente è un minuto buttato. Lo Stato, perché chi viaggia su quelle infrastrutture produce una buona fetta del prodotto interno lordo. Trenitalia e Autostrade, perché venderebbero un servizio migliore. Sarebbe l’investimento più ovvio del mondo, con il ritorno più immediato che si possa pensare.
E invece.
L’Italia che riesce a far correre un Frecciarossa a 300 all’ora attraverso un terreno geologicamente complicatissimo, e che poi non riesce a mettere quattro antenne in più ai due capi di una galleria. È, in piccolo, tutto il difetto strutturale di un paese che le cose impossibili le sa fare benissimo, e le cose ovvie no.
Mi resta da bere il caffè del bar di bordo, mentre il segnale balla di nuovo. Magari la prossima settimana ci riprovo in autostrada, sotto un valico appenninico, con il telefono che mostra zero tacche. Sarà la conferma sperimentale che il problema non sono io.