In questi giorni il Corriere ha pubblicato due volte la stessa storia, a pochi giorni di distanza, perché meritava di essere raccontata da entrambe le parti. La prima email arriva da un ciclista smemorato che la mattina del 27 maggio ha lasciato il mazzo delle chiavi (bici, casa, tutto) infilato nella catena della sua bicicletta davanti alla Stazione Centrale di Milano, e che la sera le ha ritrovate alla Polfer del binario 21 grazie a un cartoncino piegato in due, infilato nella catena, scritto a mano da qualcuno che gli ha solo lasciato detto dove andarle a recuperare (qui l’articolo). La seconda email è arrivata oggi, ed è dell’angelo: una donna che era andata in Centrale a prendere un treno per Venezia, che ha visto le chiavi nella catena di una bici accanto alla sua e che, dopo aver pensato per un attimo di tirare dritto (ammettiamolo, tutti l’avremmo pensato), si è fatta i quattrocento metri di stazione fino alla Polfer correndo, saltando la fila ai tornelli e prendendosi qualche insulto dai puntuali in coda. Treno preso per un soffio. Caffè saltato (qui la sua versione).

Entrambi si sono firmati in fondo alla mail con nome e cognome, e poi entrambi hanno chiesto al Corriere di mantenerli anonimi sul pezzo. Già qui c’è qualcosa di tutto italiano, una specie di pudore civile che vale doppio.

Il ciclista nervoso sono io

La Centrale io la attraverso ogni settimana, è la mia stazione di partenza, vivo a venti minuti da lì e ci passo per qualunque cosa: un viaggio di lavoro, un weekend a Venezia, una corsa allo Swank Rally a Faenza. Quel “maledetta gente” del ciclista del Corriere io l’ho pensato cento volte. Giusto qualche settimana fa, seduto sulla panchina di un binario sotterraneo ad aspettare il Frecciarossa per Bologna, mi era venuto in mente più o meno lo stesso pensiero: la stessa folla che ti urta camminando col naso nel telefono, la stessa sensazione di essere l’unico al mondo che alza gli occhi per non sbattere contro nessuno.

Ora, se devo essere onesto, davanti a un mazzo di chiavi infilato nella catena di una bici accanto alla mia, ad horas di treno e con un appuntamento in agenda, non sono per nulla sicuro che mi sarei comportato come la donna del Corriere. Probabilmente avrei pensato “che pirla”, probabilmente sarei andato a prendere il mio caffè, e probabilmente quelle chiavi sarebbero rimaste lì per cinque ore finché qualcun altro, magari meno onesto, ci avrebbe trovato un’idea. Lo dico perché mi piace pensare di essere una brava persona, ma non sono sicuro di sapere quanto la mia bravura regga davanti al ritardo di un treno.

La fiducia non è automatica

Ed è proprio qui che la storia diventa interessante. Perché la donna dell’email lo ammette per prima: per un attimo ha pensato di tirare dritto. Caffè, brioche, treno. Non era nei suoi piani fare l’angelo, ed era in ritardo anche lei. La gentilezza non è scattata in automatico: è stata una decisione presa nei tre secondi tra il vedere quel mazzo e il girare i tacchi. Tre secondi in cui ha immaginato la giornata dell’altro (il treno la sera, il fabbro, le chiavi da rifare) e ha deciso che no, quell’indifferenza non se la portava a casa.

Mi piace l’onestà di questa parte, perché smonta la narrativa del buon samaritano che fa la cosa giusta perché è bravo per natura. La donna non è un angelo statisticamente, è una pendolare in ritardo che ha scelto di esserlo in tre secondi. Probabilmente non è la prima volta nella sua vita, probabilmente non sarà l’ultima. Ma è stata una scelta, non un automatismo. E questo, mi sa, è il punto.

Lo stesso vale per il ciclista che, a sera, sta per buttare quel cartoncino in terra prima di accorgersi che è piegato in due, e che dentro c’è scritto qualcosa. È stato a un dito dal cestino. Anche lì, tre secondi.

Il piacere asimmetrico

C’è poi un dettaglio che mi diverte molto, in questa storia: nessuno dei due saprà mai com’è finita la giornata dell’altro. Lui non sa chi ringraziare. E lei non sa nemmeno con certezza se le chiavi sono arrivate fino al loro proprietario (lo scopre per caso, sabato mattina, leggendo l’articolo sul Corriere). Eppure entrambi sono soddisfatti, lo scrivono, e si vede.

Tutta la nostra epoca digitale gira intorno al feedback: la conferma di lettura, il pollice su, la stella su cinque, la ricevuta di chiunque ti dica grazie per qualunque cosa. La buona azione di cui parliamo qui è esattamente l’opposto, e funziona meglio così: nessuna firma, nessuna ricevuta, due email a un giornale per il puro gusto di chiudere il cerchio. Una cosa che non si misura, e che proprio per questo si fa sentire.

La folla è fatta di persone

Non scriverò qui che da domani guarderò la folla della Centrale con occhi diversi: sarebbe falso, e suonerebbe esattamente come uno di quei post motivazionali che detesto. Continuerò a incazzarmi con chi cammina sbattendomi addosso senza alzare gli occhi dallo schermo, e questa è la verità.

Però la prossima volta che mi viene in mente “maledetta gente” attraversando l’atrio, proverò a ricordarmi che in quella stessa folla c’è statisticamente una pendolare che, qualche settimana fa, ha rinunciato al caffè per portare un mazzo di chiavi al binario 21. Una su mille, basta. E magari, ogni tanto, possiamo provare a esserlo anche noi. Senza firmarci. Tre secondi alla volta.


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