Sono passati alcuni giorni dal DGR di Milano 2026, e nei polsi mi sembra ancora di vedere la traccia del gemello. Bene così: certe giornate vanno lasciate decantare prima di scriverci sopra. Il giorno dopo, ho imparato, si racconta meglio a freddo che a caldo, perché a caldo è solo un elenco di nomi e di adrenalina, mentre a freddo cominciano a tornare a galla i dettagli che meritano di essere ricordati.
Andiamo per ordine.
La mattina, il rito
La domenica del DGR non si dorme. Mi alzo prestissimo per l’ansia di non svegliarmi, che è un’ansia perfettamente ridicola visto che ho impostato tre sveglie, e poi mi prendo tutto il tempo del mondo per fare in un’ora quello che potrei fare in dieci minuti. Doccia, barba, colazione con calma, una seconda tazza di caffè perché la prima è già finita senza che me ne accorgessi.
E poi la parte preferita, la vestizione. Anche quest’anno l’abito è su misura, nuovo per l’occasione: è una piccola tradizione personale di cui non andrei tanto fiero a dirla in società, ma scrivendola qui sì. Tre pezzi, taglio classico, sufficiente a nascondere il battito del cuore. Cravatta del mio sarto napoletano preferito, gemelli al loro posto, e poi lui: l’orologio meccanico, con cinturino in cuoio e il retro giallo (chi sa, sa). È una di quelle giornate in cui mi tolgo l’Apple Watch, che ormai mi assomiglia più di quanto mi assomigli io stesso, e lo sostituisco con qualcosa che si carica girando una corona invece di poggiandolo su una base. Certi gesti, ostinatamente, vanno fatti con la mano analogica.
In strada
Poi in moto, pochi minuti dal centro al punto di ritrovo. Le moto cominciano ad arrivare alla spicciolata, una stretta di mano qui, un sorriso là, gente che torna ogni anno e gente che vedi per la prima volta sapendo che la rivedrai. Controllo veloce che il piano stia in piedi (di solito sì, di solito a meno di un’emergenza dell’ultimo momento, e c’è sempre un’emergenza dell’ultimo momento). Adrenalina che sale, mentre il cielo sopra Milano si decide finalmente per il sole.
E che sole. Caldo giusto, non bruciante, di quelli che ti fanno benedire la scelta del tessuto e maledire chiunque abbia avuto l’idea del gilet. Le condizioni perfette per passare una giornata in giacca e cravatta su una sella.
Poi il segnale, il corteo si forma, e Milano si lascia attraversare in modo ordinato come succede solo poche volte all’anno. Vedere un battaglione di moto in giacca scorrere lungo le strade fa qualcosa che è difficile spiegare a parole: trasforma il traffico in coreografia per qualche minuto, e a chi guarda dal marciapiede strappa sempre uno sguardo che non è quello che riservano normalmente ai motociclisti.
Lo Spirit de Milan
Quando arriviamo allo Spirit de Milan, la tensione di tre mesi di preparazione cala in trenta secondi. Anche quest’anno l’abbiamo portato a casa.

I numeri ufficiali parlano di oltre cinquecentocinquanta registrati, ma nei fatti siamo stati ben di più: ogni anno c’è chi arriva all’ultimo senza essersi iscritto, chi accompagna, chi viene solo a guardare e a fare due foto. In fondo va bene così, perché il senso del DGR non è la lista degli iscritti ma la quantità di gente che si è lasciata convincere a vestirsi bene e a fare una causa che riguarda mezza popolazione (cancro alla prostata e salute mentale maschile, per chi si è perso il post di anticipazione).
Mangiamo, beviamo, scherziamo. Premiamo i più stilosi, che è la parte più divertente della giornata: vedere uno che si è messo il sigaro spento al taschino come accessorio e finisce sul podio dei più eleganti non ha prezzo. Ogni anno qualcuno si presenta vestito così bene da farti dubitare di esserti vestito bene tu.
La sera, a casa
Alle nove e mezza sono a casa, in due metri quadrati di abito su misura sparso fra il letto e la sedia. Mi tolgo i gemelli, e mentre lo faccio penso che fra una settimana avrò già voglia di mettermi a organizzare quello dell’anno prossimo. È un ciclo che non si rompe.
A tutti quelli che sono venuti, a quelli che hanno donato, a chi ci ha aiutato a tenere in piedi la cosa: grazie. Per chi è curioso e l’anno prossimo verrà, sappiate che la moto vagamente classica e la giacca decente sono sufficienti. Il sigaro al taschino è facoltativo, ma aiuta.