La domenica del DGR a Milano comincia presto. Diciamo le sette di mattina, quando sei in cucina che ti annodi la cravatta davanti al forno usato come specchio, e per qualche secondo ti chiedi cosa diavolo ti sei messo in testa di organizzare anche quest’anno. Poi scendi, vedi la prima moto parcheggiata in strada, un signore in tre pezzi che chiede dov’è il caffè, ed è già passata.

Il Distinguished Gentleman’s Ride (DGR, per i frequentatori) si tiene quest’anno domenica 17 maggio, in oltre 1.100 città nel mondo. Quindicesima edizione. Se la racconto come “il più grande raduno motociclistico benefico coordinato del pianeta” sembra la voce di un’enciclopedia, e si capisce poco. È invece, più semplicemente, una passeggiata in moto fatta da migliaia di motociclisti vestiti in modo elegante (tweed, gilet, papillon, cappelli, baffi curati con sospetta dedizione) in sella a moto classiche e vintage. Lo scopo è duplice: divertirsi, e raccogliere fondi per due cose di cui si parla pochissimo, ovvero la ricerca sul cancro alla prostata e la salute mentale maschile.

Come è nata, e come ci sono finito dentro

Il DGR l’ha inventato nel 2012 Mark Hawwa, australiano di Sydney, dopo aver visto una foto di Don Draper di Mad Men in sella a una Matchless d’epoca. L’idea era semplice e un po’ provocatoria: vestire bene i motociclisti per smontare uno stereotipo (quello del centauro arrabbiato e disordinato) e usare quel tono per portare attenzione su un tema serio. Dal 2016 il partner ufficiale è la fondazione Movember. In quattordici anni il DGR ha raccolto oltre 60 milioni di dollari per la ricerca.

Mark è anche un mio caro amico, e questo spiega in larga parte come io abbia finito col coordinare la cosa per l’Italia e organizzare il Ride di Milano. È una di quelle decisioni che prendi un sabato sera al telefono e poi ti ricordi di aver preso il martedì successivo, quando cominciano ad arrivare le prime mail.

Cosa succede quando duemila gentlemen attraversano Milano

La prima volta che ho organizzato il Ride di Milano pensavo: “Sarà carino. Verremo in cinquanta, faremo un giro, andremo a bere qualcosa”. Sbagliato. Già il primo anno eravamo più di settecento. Negli anni di punta, prima che spuntassero altri ride attorno a Milano (Como, Bergamo, Pavia, ognuno col suo) abbiamo passato le duemila moto. Vedere un battaglione di moto in giacca attraversare Piazza del Duomo (una Triumph del ‘67, una Vespa restaurata, una Guzzi Falcone, un signore in panama che ti scivola davanti su una Honda Cub elaborata di brutto) ti fa capire una cosa che non avevi messo a fuoco prima: il “costume” funziona. Funziona perché un papillon disinnesca l’idea che le moto siano roba da gente arrabbiata. Funziona perché sembra una cosa frivola, e invece sotto la giacca buona c’è un motivo che riguarda la tua famiglia, statisticamente parlando.

Il team dei Wheelers all'arrivo del DGR Milano 2025, in posa davanti al backdrop ufficiale dell'evento

Perché ci vestiamo così

Il cancro alla prostata è il tumore maschile più diffuso in Italia. La salute mentale maschile è messa peggio: gli uomini si suicidano in media tre volte più delle donne, e ne parlano molto meno. Sono argomenti poco glamour, non ci si fa una campagna pubblicitaria sexy sopra, ed è questo il motivo per cui un ride in cravatta serve. Porta due conversazioni dove gli uomini ci vanno volentieri, ovvero su una moto a benzina con altri uomini, in un giorno di sole. E lì, fra una sosta e l’altra, capita di parlarne.

A me capita ogni anno. Conosco persone che si sono fatte il PSA per la prima volta perché qualcuno glielo aveva detto al ride dell’anno prima.

L’invito

Se sei a Milano, hai una moto vagamente classica (Vespe vanno benissimo, scrambler moderni anche, basta che abbia l’aria giusta) e una giacca decente, registrati al Ride di Milano e ci si vede alla partenza il 17 dalle nove e mezza. Se sei in un’altra città italiana, trova il ride più vicino qui, ne organizziamo una trentina.

Se vuoi sponsorizzarmi

Se in moto non ci sali ma vuoi dare una mano, puoi sostenere la mia raccolta personale qui: gentlemansride.com/fundraiser/matteo.

Una precisazione che vorrei avere stampata su un cartello, perché ogni anno qualcuno me lo chiede in buona fede: i soldi non vanno a me. Non mi pago la moto, non mi pago il caffè, non mi pago niente. Vanno tutti, integralmente, alla fondazione Movember, che li gira alla ricerca sul cancro alla prostata e ai programmi di salute mentale maschile. Io ci metto solo il tempo per organizzare e una pagina personale che serve a tracciare le donazioni della mia rete. Trasparenza totale: ogni euro raccolto è visibile sul sito, e Movember pubblica annualmente come spende ogni dollaro ricevuto.

Detto questo, anche due euro fanno la differenza, soprattutto se siete in tanti a metterli. E se riuscite a girare il link a un amico, ancora meglio.

Per il resto, ci si vede in cravatta.


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