Ieri, 3 maggio 2026, l’Inter ha battuto il Parma 2-0 a San Siro e ha conquistato il suo ventunesimo scudetto. Matematicamente, definitivamente, con tre giornate di anticipo. Gol di Thuram e di Mkhitaryan, festa in curva, Chivu in piedi a bordo campo che cercava di non sembrare commosso, e Milano che ieri sera, lato nord-est, si è tinta di nerazzurro fino all’ultima saracinesca.

Sono interista da quando ho memoria. Per cui sì, sono contento. Dovrei probabilmente festeggiare con maggiore enfasi, ma per noi interisti la festa, come la vittoria, è un fatto privato, vagamente sospettoso. Quando arriva, non si fida mai del tutto. Si sorride, sì, ma con un occhio fisso sull’orologio, in attesa che qualcosa vada storto in fretta.

Chi non è interista probabilmente non capirà cosa sto per dire. I tifosi della Juventus festeggiano lo scudetto come una pratica amministrativa: era preventivato, è arrivato, prossimo. I milanisti hanno una loro genuinità un po’ rumorosa, festeggiano con la convinzione di chi sa che, se non oggi, allora prossimamente. I napoletani trasformano lo scudetto in una settimana di liturgia urbana, partecipata, antropologica. Noi interisti, invece, festeggiamo come si festeggia un parente lontano che è guarito da una malattia: un sollievo che non riusciamo del tutto a dichiarare, perché in cuor nostro pensavamo di averlo già perso.

Il 5 maggio come strumento di lavoro

Esiste, nel manuale interiore di ogni interista, un calendario emotivo che il resto della popolazione ignora. Il 5 maggio, ad esempio, non è un giorno qualunque. Per quasi tutti gli italiani significa Napoleone a Sant’Elena, o nel migliore dei casi un compleanno qualsiasi. Per noi è il 5 maggio 2002: Roma, stadio Olimpico, Lazio-Inter 4-2, Ronaldo in lacrime sulla panchina, lo scudetto regalato alla Juventus all’ultima giornata. Quel giorno è entrato nella nostra mitologia personale, e da allora viene usato, nella vita quotidiana, come un attrezzo da palestra. Funziona così.

Ti rubano l’auto sotto casa. Sei lì, fermo davanti al posto vuoto, a pensare che ti sei giocato una settimana di rotture amministrative, una franchigia assicurativa, e probabilmente la borsa con dentro le racchette da tennis. È un bel colpo. Stai per arrabbiarti seriamente. Poi il cervello, che è un macchinario interista, attiva da solo il riflesso compensatorio: sì, ma il 5 maggio? E in qualche secondo ti passa. Te ne fai una ragione, prendi il telefono, chiami la polizia con un tono quasi sereno. Hai vissuto cose peggiori. Anzi, hai vissuto la cosa peggiore.

Ti licenziano. Stessa dinamica. Sei in ufficio, il capo che spiega con voce gentile che la riorganizzazione, le sinergie, il momento storico. Tu annuisci. Stai per offenderti, giustamente, e poi ti viene in mente Iuliano su Ronaldo (quello vero), 26 aprile 1998, stadio delle Alpi, secondo tempo, contatto in area, Ceccarini che non fischia, trenta secondi dopo rigore alla Juve. Il torto cosmico per eccellenza. E tu, davanti al tuo capo, pensi: vabbè, ne ho viste altre. È una superiorità morale che non è meritata, ma è funzionante.

Una postura

Beppe Severgnini, che è un osservatore acuto degli italiani in generale e dei milanesi in particolare, direbbe probabilmente che essere interista è una postura prima ancora che una passione. Una piega del carattere, una predisposizione a credere che il bicchiere sia mezzo pieno solo perché qualcuno, prima, ti ha rubato il bicchiere. Un’eleganza interiore, sospetta perfino agli occhi di chi la pratica, fatta di sopportazione travestita da nonchalance.

Non chiamatela chic, ché chic è una parola che gli interisti veri evitano per principio. Diciamo che è una distinzione. È la distinzione di chi sa che Ronaldo (quello vero, lo ripeto, perché conta) lo ha avuto e lo ha perso. Di chi ha visto Maicon dribblare due volte di fila lo stesso difensore portoghese. Di chi ha sopportato, per parecchi anni, la domanda “ma da quanto non vincete uno scudetto?” arrivata col sorrisetto, e la risposta, calcolata mentalmente, sempre più vecchia della domanda.

C’è dentro, in questa cosa, un fondo di masochismo che nemmeno noi sappiamo del tutto giustificare. La Beneamata, la chiamavamo. Un nome da fidanzata difficile, che ti fa soffrire ma a cui resti fedele perché in fondo l’idea di sostituirla con qualcuno di più semplice ti sembra una caduta di stile. E in effetti tifare per una squadra che vince sempre è un po’ come uscire con qualcuno che è d’accordo con te su tutto: comodo, ma alla lunga ti viene il sospetto di non essere abbastanza interessante.

E adesso

Comunque, abbiamo vinto. Ventunesimo scudetto, primo per Chivu, primo per la proprietà americana che fino a ieri non aveva un nome riconoscibile nemmeno per i tifosi più attenti. Il prossimo allenamento alla resistenza non si sa quando arriverà, ma arriverà: è un meccanismo culturale, non una previsione meteorologica.

Per ora godiamoci una settimana in cui l’arte interista del soffrire può andare in pausa. Stasera Milano si tingerà di nerazzurro fino al lago, qualcuno troverà il modo di lamentarsi anche di questo, e va bene così.

Aspettavamo. Da un po’. Andiamo.


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