Sono sulla panchina del binario 3 della stazione di Bologna Centrale, all’aperto, sotto un cielo timido di maggio e un cantiere a senso unico. Ho scoperto due minuti fa che il mio regionale per Faenza è in ritardo di trentadue minuti, e ho avuto il tempo di sviluppare una piccola, sincera ostilità nei confronti dell’esistente.
Andiamo con ordine, perché è ancora presto e magari mi calmo scrivendo.
Stamattina ho impostato la sveglia alle cinque e mezza. Non lo facevo dai tempi del militare, e nemmeno allora ero d’accordo. Oggi però c’è un motivo: vado allo Swank Rally, che si tiene al 04 Park di Faenza, il crossodromo fondato da Andrea Dovizioso. È un evento che mi sta a cuore per due ragioni. La prima: lo Swank è una di quelle cose belle e leggermente folli che amo, un raduno di moto da fuoristrada vintage (rigorosamente fino al 1999) in cui tutti devono presentarsi vestiti coordinati con la propria moto. Casco, tuta, stivali, grafica della moto: tutto deve dialogare, in una specie di sfilata di moda al fango. Funziona meglio di come sembri scrivendolo.
La seconda ragione: lo Swank l’ho ospitato a Monza, qualche anno fa, in alcune edizioni di The Reunion, il raduno che ho organizzato all’Autodromo. Gli amici dello Swank sono insomma, appunto, amici. E oggi, oltre a godermi la giornata, vado a fare un sopralluogo: a luglio organizzo io un evento proprio qui al 04 Park, e voglio guardarmi il posto a freddo, vedere come si muove la gente, dove stanno i paddock, dove si parcheggia, e capire se la mia idea regge alla realtà del terreno. Cose così, che messe in fila a parole sembrano molto più organizzate di come le viva io.
Stazione di Bologna Centrale, livello inferiore
A questo punto bisogna spiegare perché ho un’idea così precisa dell’inferno geologico bolognese. Il Frecciarossa con cui sono arrivato qui è infatti calato nei sotterranei dell’alta velocità, una stazione profonda e priva di luce naturale, progettata vent’anni fa da Arata Isozaki e dal nostro Andrea Maffei. Nelle intenzioni doveva essere una specie di cattedrale del trasporto contemporaneo. Se chiedi a chi ci passa ogni settimana, ti dirà che è un labirinto kafkiano in cui orientarsi richiede dottorato di ricerca. Vox populi:
“A Bologna, cambiare binario non significa solo cambiare binario. Significa cambiare codice postale.”
C’è un solo bar nel sottosuolo. Gli spazi vuoti, pensati vent’anni fa per ospitare chissà quali servizi, sono ancora vuoti oggi. Quando esci dal Frecciarossa al meno-sette o al meno-otto (dipende dal binario, e sì sono numeri reali, non sto esagerando) ti aspettano scale mobili, ascensori a singhiozzo, frecce che ti mandano in direzioni opposte a seconda del cartello, e una persistente sensazione di essere il personaggio di un manuale di onboarding scritto male.
Stamattina mi sono fatto tutto il percorso in versione olimpica, con zaino in spalla, casco in mano e occhiaie da turno di notte, perché il treno per Faenza era previsto in partenza pochi minuti dopo l’arrivo del Frecciarossa. Ce l’avevo fatta, in pieno stile sportivo: arrivato al binario 3 con la lingua di fuori, gonfio di legittimo orgoglio. È stato esattamente in quel momento, mentre il battito si stabilizzava sotto i centottanta, che il display ha annunciato il piccolo dettaglio: trentadue minuti di ritardo. Tutta la corsa, per arrivare sei minuti prima di un treno che ne sarebbe arrivato trentotto dopo.
Cosa fa un uomo trafelato su una panchina
Niente di interessante, in realtà. Ti siedi, valuti se sia il caso di prendere un altro caffè (no, hai già il battito di un colibrì), guardi gli altri passeggeri che fanno la tua stessa faccia, controlli il telefono per la quarta volta in due minuti, e a un certo punto ti viene in mente di scrivere. È quello che sto facendo ora. Non è la cosa più produttiva del mondo, ma è meno deprimente dell’alternativa, che era fissare il monitor e aspettare che il numero magico (32) cominciasse a scendere.
Allo Swank arriverò comunque. Forse leggermente meno fresco di come avevo immaginato, e con un’ora di sonno mancata che si farà sentire intorno alle quattro del pomeriggio, quando i partecipanti avranno quasi finito di dare gas e io penserò che sarebbe stato bello fare una pennichella nel paddock.
Ma in fondo è anche questo, andare a uno Swank Rally: un piccolo viaggio che parte sbagliato, dura più del previsto, e finisce con polvere addosso e una birra in mano. Funziona così, e probabilmente funziona perché funziona così.
Ora però fatemi un favore, voi del Regionale per Faenza: arrivate. Dai. Andiamo.