Il 10 maggio 2026 era domenica, e in più anche Festa della Mamma. Coincidenza che capita poche volte in un secolo. Pranzo allargato in famiglia con Veronica e le figlie, e anche con mia madre, perché di festeggiamenti in un colpo ne avevamo tre: la Festa della Mamma per Veronica e per mia madre (e io a fare da figlio della seconda e marito della prima), e i miei cinquantasette anni a fare da sottofondo. Una di quelle domeniche tonde di cui, in cronaca, non c’è quasi nulla da raccontare, perché era esattamente come doveva essere.
Se cercate il dettaglio del pranzo, cambiate blog. Sono qui, a giugno, con tre settimane di ritardo, e già questo dovrebbe dirvi quanto, alla mia età, manchi del senso del tempismo. Il 10 maggio, alla fine del pranzo, non avevo nessuna voglia di mettermi al computer e farmi gli auguri da solo davanti a un editor markdown. Chi, alla mia età, ne ha ancora voglia?
Però una cosa, di tutta quella giornata, me l’ha lasciata: la voglia di mettere giù una lista. Non delle cose fatte in 57 anni (lì faremmo notte, e farei anche brutta figura davanti a chi ne ha fatte di più). Le cose che ancora non ho fatto, e che mi sarebbe piaciuto fare. Sei voci, senza pretese di esaustività, in ordine sparso.
1. Una Coast to Coast in moto
L’ho fatta in auto varie volte: la Freeway 10 da est a ovest, la Route 66 partendo da Chicago. Belle, ma mancava il manubrio. Quel viaggio mi gira in testa da quando ne avevo venti, ed è quasi quarant’anni che trovo il modo di spostarlo all’estate dopo. A forza di rimandare il rischio è che il manubrio diventi sempre meno tenibile per le mie braccia. Ce ne sono di Coast to Coast in moto che si fanno con tutte le comodità del caso, e in fondo non sto chiedendo l’Iron Butt. Solo qualche migliaio di chilometri attraverso il nulla americano, con un casco e poche cose dietro.
2. Una chitarra che torni in pieno servizio
Nel 2008 ho comprato una Fender Stratocaster nera, manico in palissandro, rigorosamente made in USA. Una meraviglia di quelle che si guardano in vetrina per dieci minuti prima di entrare e altri dieci a giocherellare con la cinghia prima di portarla via. Diciott’anni dopo è ancora lì, oggetto meraviglioso, ma di mio non ci ho mai messo le mani sopra per davvero. Nemmeno un accordo. La tengo come si tiene un quadro: appesa, ammirata, intoccata.
3. Una notte a Burano
Da veneziano dovrebbe essere quasi un titolo di studio, e invece no. Ho visto Burano in cento mezze-giornate, soprattutto la domenica con la gente in fila per il fritto misto. Ma una notte intera nei suoi vicoli colorati, con i pescatori che escono prima dell’alba e i ristoranti che chiudono a tarda ora, ancora no.
4. Una BMW
Ho avuto moto di quasi tutte le marche. Triumph, Honda, Ducati, Kawasaki, Yamaha, e qualche altra in mezzo. Mai una BMW. È un’assenza che mi suona strana ogni volta che ci penso, perché di grandi marchi della motocicletta che mi manchino in firma sul libretto ce ne sono pochi, e la casa di Monaco è proprio l’unica grossa che non ho mai portato a casa.
Poi, dentro alla famiglia BMW, c’è il modello che mi piacerebbe più di ogni altro: la R nineT Racer. Una moto che ai suoi tempi non piaceva a nessuno tranne che a me, all’allora marketing manager di BMW Motorrad, e a un mio caro amico direttore di una rivista motociclistica. Tre clienti totali. Continuo a non capire come abbiano fatto tutti gli altri a perdersela.
5. Parlare il veneziano come si deve
Lo capisco perfettamente, ogni sfumatura, ogni doppio senso, ogni “xé” al posto di un “è”. Ma rispondo rigorosamente in italiano. Per pudore, in fondo: ho paura di sbagliare gli accenti, e a un veneziano che sbaglia gli accenti veneziani altri veneziani guardano con un misto di pietà e di sospetto che è meglio non incrociare. Meglio passare per milanese di adozione, che è poi anche il mio stato civile.
6. Una settimana a Tokyo
Ho attraversato un sacco di città grandi a piedi, ma Tokyo no, mai. E mi piacerebbe proprio una settimana intera, niente fretta, niente itinerario al minuto. Solo camminare per quartieri uno dopo l’altro come si fa a Venezia quando non hai un programma e ti lasci traghettare dalle calli. Tokyo, mi dicono quelli che ci sono andati, premia chi si perde.
Sei voci. Niente promessa solenne, niente lista di buoni propositi. Non vi sto dicendo che da domani comincio. Probabilmente la chitarra resterà nel suo astuccio per altri dieci anni, e la Coast to Coast in moto la pianificherò sempre per l’estate dopo. Va bene così.
C’è qualcosa di buono nell’avere ancora una lista. Significa che a cinquantasette non hai finito di voler fare cose. Le persone che mi mettono un po’ a disagio, a una certa età, sono quelle che la lista non ce l’hanno più: o perché credono di aver fatto tutto, o perché hanno smesso di volerlo. Forse l’unico vero regalo di compleanno che mi sono fatto quest’anno, scrivendolo a giugno, è scoprire che la mia lista non si è ancora accorciata troppo. E che ci sono ancora cose lì sopra che, a rileggerle, mi viene voglia di partire, accordare, prenotare.